Le parole che ti cambiano la vita (e quelle che la peggiorano)

Negli ultimi anni mi sono concentrato molto sul modo in cui io e le persone che mi stanno intorno utilizziamo le parole, alcune più di altre. Non è solo una specie di deformazione professionale, ma è anche e soprattutto perché mi rendo conto che esistono dei processi interiori, esperienze che rafforziamo o indeboliamo grazie all’utilizzo di uno strumento molto potente: le parole.

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Tutto ruota attorno a come noi interpretiamo la nostra realtà. E, bada bene, non è LA realtà, non è esattamente ciò che sta accadendo, ma la nostra interpretazione. Qualcosa che filtriamo attraverso una serie di meccanismi interiori che abbiamo imparato ad elaborare ed utilizzare nel corso degli anni, grazie all’educazione, alla cultura, alle esperienze, alla religione o all’assenza della stessa.

Facciamo qualche esempio banale.

Quando hai freddo dici “fa freddo” oppure “si congela”?
Quando hai mal di testa dici “ho l’emicrania” oppure “mi scoppia la testa”?
Quando hai finito la tua giornata lavorativa, dici che sei stanco oppure che sei distrutto? E quante volte te lo ripeti?
Quando qualcuno ti fa arrabbiare usi termini del tipo: “mi fai saltare i nervi” oppure “mi urti”?

Uno dei miei insegnanti, Frank Natale, diceva “Sono le definizioni che ci fregano”. Le cose, la vita, le persone sono quello che sono. Il modo in cui noi definiamo le cose, la vita, le persone, le relazioni cambia completamente la nostra esperienza.

Per qualcuno ciò che vivi tu è allarmante, per un altro è da tenere sotto osservazione. Quando parli con una persona questa ti dice “Non hai capito”, mentre un’altra ti può dire “mi sono spiegato male” o “forse non mi sono spiegato io, scusa”.

Le parole che usiamo sono la nostra cartina tornasole di come viviamo la nostra vita. Siamo sempre nervosi o curiosi? Siamo ansiosi e pessimisti o aperti e possibilisti?

"Sono le definizioni che ci fregano. Le cose sono quelle che sono, la vita è quella che è. Le persone e le relazioni sono quello che sono. Il modo un cui noi le definiamo cambia la nostra esperienza". Condividi il Tweet

Le cancellazioni

Io e mia moglie discutiamo spesso. A lei piace dire cose del tipo: “Non facciamo MAI NIENTE”, io dico “Oggi possiamo riposare?”. Le mi dice che la casa è TUTTA in disordine, io dico che i ragazzi devono mettere a posto le loro camere. Ovviamente le mie risposte sono assolutamente inutili in quanto è risaputo che le mogli hanno sempre ragione e i mariti parlano per nulla.

Ma, al di là delle battute, ognuno di noi utilizza dei processi linguistici che tendono a sintetizzare la realtà, cancellando dei particolari (tanti o pochi). Sono processi comunicativi, ma anche interiori. Possono aiutarci in alcune circostanze o limitarci in altre.

Alcuni esempi ancora.

Tutto, niente, mai, sempre, ogni volta.

Queste parole vengono chiamate “quantificatori universali”. Nel modo di parlare comune equivalgono al classico modo di dire: “fai di tutta l’erba un fascio”.
Quando utilizzi queste parole stai cancellando dettagli e parti della realtà e ti allontani dal tempo presente.

Per riportarti consapevolmente qui e ora, nella verità del momento, dovresti porti domande del tipo: “sono proprio sicuro che sia sempre/mai/tutto così? Ci sono state volte in cui non è andata così? Sono proprio sicuro che non sto esagerando”?

In generale quando utilizziamo queste parole ci stiamo concentrando solo su alcune parti della storia. Quelle che abbiamo annotato mentalmente per qualche motivo, evitando di trascrivere anche le altre.

Qualcuno potrebbe dire che queste cose si trovano anche nei libri di PNL e io potrei darti ragione, ma non è di PNL che sto parlando.

Aggettivi e distorsioni

Qualcosa può essere percepito come grande oppure come “gigantesco”. Il caldo e il freddo di cui parlavamo prima possono essere definiti con centinaia di aggettivi diversi.
Il linguaggio di un collega al lavoro può essere giudicato come volgare, disdicevole, maleducato o inopportuno. Una persona può avere una brutta voce oppure avere una timbrica che non trovo particolarmente gradevole.
Guardo le mie mani e posso dire che sembrano quelle di “un vecchio” oppure posso dire che sono con me da tutta la vita e grazie a loro ho fatto un sacco di cose.

Che dire dei giorni della settimana? E del tempo? E del meteo? E dei suoceri? Dei genitori? Dei figli?
Prova a finire queste frasi senza usare un aggettivo o un quantificatore universale:

Mia madre è/era…… | Mio padre è/era….. | La mia maestra delle elementari era…..

Curioso, vero?

Le parole che definiscono sono sentenze

Quando giudichiamo qualcosa lo definiamo. Senti bene il suono di questa parola: definire. Deriva dal latino e significa limitare, stabilire dei confini. Ecco, quando noi definiamo qualcosa o qualcuno stiamo stabilendo delle regole sui suoi confini, stiamo limitando ciò che è o può essere. In altre parole, stiamo confinando qualcuno o qualcosa a una definizione molto stretta che fa da trappola sia per noi che per lui/lei.
Pensa a quando la gente ti chiede che lavoro fai. Automaticamente tu diventi quella cosa, quel ruolo, quella funzione. Alle soglie del pregiudizio.

Quando io definisco una persona in qualche modo è perché, dentro di me, mi sono messo dalla parte del giudice, ho emesso una sentenza (la definizione) e l’ho condannata a delle conseguenze (il mio comportamento nei suoi confronti).

Detta così sembra un po’ brutale, me ne rendo conto. Ma in realtà è un processo continuo che facciamo nei confronti di ogni cosa, di ogni persona e di ogni comportamento. E i primi ad essere oggetto di questo schema siamo proprio noi stessi.

Per questo è così importante badare al cosiddetto “dialogo interiore”.
Quando il nostro Sè ci parla (e lo fa di continuo) molto spesso siamo oggetto di scherno e bullismo da parte di colui che dovrebbe essere il nostro migliore amico e alleato nei momenti difficili: noi stessi.

Ci sono parole che fanno bene e altre che fanno male

Dopo tutto quello che ci siamo appena detti è facile capire che ci sono una lunga serie di modi di dire che usiamo da sempre, di parole ricorrenti o di aggettivi che usiamo per etichettare cose, persone e situazioni che in realtà non fanno bene né a noi né alle nostre relazioni. Perché? Perché le parole sono boomerang, tornano sempre indietro.

Tony Robbins parla di “Vocabolario Trasformazionale”, ovvero: cambia il tuo modo di esprimerti e di definire cose, esperienze e persone e la tua esperienza cambia, la tua vita cambia.

Ora, non sarò io a dirti cosa va bene e cosa no nel tuo modo di comunicare, ma uno spunto posso dartelo: sei in grado di fare una lista di parole che usi spesso per definire il tuo capo, il tuo collega meno piacevole, tuo marito, tua moglie, tua suocera/suocero, il tuo vicino?
Una volta identificata questa serie di parole o modi di esprimerti, puoi fare una lista di parole diverse che rappresentino la versione più gentile o meno carica di emotività?

Prova a fare questo semplice esercizio e scoprirai che ci sono parole che, davvero, possono cambiare il modo in cui percepisci te stesso e gli altri. Semplicemente cambiando delle piccole paroline.

La soluzione è cambiare?

Ma, se per te è un trauma rinunciare ai tuoi modi di dire, allora non farlo. Davvero, non devi cambiare qualcosa, per forza. Non devi intervenire, non devi farti violenza se per te usare una parola piuttosto che un’altra è faticoso. Se lo fai parti dallo stesso presupposto che vorresti cambiare, ovvero che c’è qualcosa di sbagliato. Stai dando una definizione, un limite.
Per questo pratico la Mindfulness, perché insegna a non cambiare le cose in modo violento.

Se smetti di volerti cambiare a tutti i costi e impari ad osservare in modo “mindfulness” te stesso e i tuoi modi di comunicare, allora succede quella strana magia: inizi a descrivere le cose in modo diverso, con meno cancellazioni, meno approssimazioni, meno distorsioni, meno coloriture.

Me lo senti dire spesso durante le sessioni guidate di Mindfulness: non cambiare niente, lascia tutto così com’è, limitati ad osservarlo.
Se ti senti che “intervenire” su te stesso e i tuoi modi di fare è troppo violento come approccio, allora prova ad accettarlo senza giudicarlo. Attenzione, però: questo non vuol dire sedersi sulle proprie cattive abitudini. Non scambiare l’accettazione con la pigrizia.

Quindi, la prossima volta, tra pochi secondi, che etichetterai qualcosa o qualcuno con qualche definizione, non fare niente. Semplicemente annotalo, osservalo, prendine atto. D’ora in poi non potrai più farne a meno, ci baderai molto più spesso, questo te lo posso garantire.

Da quando lo faccio molti dei mei modi di definire sono cambiati, sono diventati più gentili. Su alcuni ci sto lavorando. Altri invece sono scomparsi, semplicemente non sono più interessato a loro. Un po’ come i pettegolezzi.

Smettere di partecipare attivamente alle tue definizioni ti farà sentire sempre più leggero, presente e aperto. Non so bene perché questo accada, forse perché non sei più costretto a portarti dietro qualcosa che non serve.

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